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…Dopo una settimana dal voto referendario, il paese è spaccato in due parti massimaliste…

28 Marzo 2026 Author :  

di Raffaele Vitolo*

Il “no” ha vinto il referendum, e la riforma viene bocciata dai cittadini. Non amo – per deformazione professionale- la divisione aprioristica e/o la contrapposizione ideologica o la mera antitesi. Ritengo che la polarizzazione – attraverso la massimizzazione- non sia una operazione di opportuna e di doverosa argomentazione. L’Italia è un paese frammentato, caratterizzato sempre dal multipartitismo, ma questa forzatura (alla americana) di avere un bipolarismo di coalizione ha portato solo a dividere il paese in due, pur non essendo conformata la geografia politica per andare in questa direzione. Più forzi sulle due parti, più forzi sugli estremi ideologici, più spacchi, più dividi e più crei delle distanze incolmabili, non utili quando bisogna trattare, mediare, rappresentare tematiche ampie, come le riforme della Giustizia e sulla Giustizia.

Ho sempre detto – vin da quando studiavo Giurisprudenza – che bisogna fare una differenza tra amministrazione della giustizia e organizzazione della giustizia; infatti, (anche in questa campagna referendaria si è visto) l’organizzazione della giustizia (aule, apparecchi tecnologici, strutture, personale) non è sullo stesso piano dell’amministrazione della giustizia (cioè la funzione giurisdizionale, le garanzie processuali, gli istituti della procedura). Questi due piani- nel dibattito pubblico- vengono confusi per via di una comunicazione veloce, comunicazione impostata sulla quantità di elementi sui processi e non sulla qualità argomentativa giuridica delle questioni di diritto.

Il nostro paese, almeno da dieci anni, in tema di riforma della giustizia, si è caratterizzato per operazioni finalizzate a (tentare) risolvere problemi dell’organizzazione della giustizia attraverso la manipolazione politica e comunicativa di istituti giuridici di civiltà (ad esempio, l’istituto della prescrizione, la deflattività del dibattimento, l’aziendalizzazione della giustizia sui carichi ecc. ecc.).
Fin quando siamo disposti a rinunciare alle garanzie processuali per la velocità della risposta (concetto aziendale della giustizia che non ha nulla a che fare con il principio costituzionale della ragionevole durata del processo), non risolveremo le esigenze concrete della giustizia, ma, continueremo a confondere i piani. Il dibattito referendario è andato verso questo terreno scivoloso, senza tenere conto di tanti argomenti complessi e validi in tema di garanzie processuali.

L’incentivo dei riti alternativi, la formazione della prova digitale nella fase delle indagini, il costante metodo di acquisizione, la premialità per “chiudere la cognizione”, la cartolarizzazione dell’appello hanno portato il modello prevalentemente accusatorio verso un sistema inquisitorio di fatto, dove il dibattimento (da cuore pulsante) è solo un momento residuale (forse in questo poteva essere utile la separazione delle carriere).

La bocciatura da parte dei cittadini ha prodotto l’effetto politico sperato dal fronte del “no”; il governo traballa rispetto ai vari rimbasti (ma non certo ha prodotto una instabilità), l’opposizione avanza (cerca di “montare” ma con evidenti problemi di leadership), nelle aule di giustizia tutto è come prima (invece).
Ma – adesso- mi domando e chiedo “quando si avvierà una discussione seria – più ampia possibile- per attuare le disposizioni transitorie della Costituzione “protetta” e “salvata”?”.

Non ci sarà tempo in questa legislatura che si è arenata sulla legge elettorale ad un anno dal voto.
La sovranità popolare ha sempre ragione, la riforma è stata bocciata così come presentata agli italiani, ma questo non significa che bisogna abbandonare l’idea che il sistema accusatorio debba e possa diventare un modello effettivo di parti processuali.

*avvocato penalista

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